L'eredità pericolosa delle armi chimiche dimenticate
Un cimitero chimico letale che giace inabissato nei fondali marini italiani o in decine di siti coperti ancora dal segreto di Stato. Un gigantesco arsenale, che a distanza di decenni costituisce ancora una grave minaccia per l'ambiente e per le persone: sull'ennesimo mistero italiano prova ora a fare luce una nuova inchiesta che Legambienta, condotta insieme al Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, e confluita nel dossier “Armi chimiche: Un’eredità ancora pericolosa”, presentato questa mattina a Roma. Basti pensare che sono oltre 30.000 gli ordigni inabissati nel sud del mare Adriatico, di cui 10.000 solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari. Mentre sono ben 13.000 i proiettili e 438 i barili contenenti pericolose sostanze tossiche inabissati invece nel golfo di Napoli; 4300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Ci sono poi i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in p...
Un cimitero chimico letale che giace inabissato nei fondali marini italiani o in decine di siti coperti ancora dal segreto di Stato. Un gigantesco arsenale, che a distanza di decenni costituisce ancora una grave minaccia per l'ambiente e per le persone: sull'ennesimo mistero italiano prova ora a fare luce una nuova inchiesta che Legambienta, condotta insieme al Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, e confluita nel dossier “Armi chimiche: Un’eredità ancora pericolosa”, presentato questa mattina a Roma. Basti pensare che sono oltre 30.000 gli ordigni inabissati nel sud del mare Adriatico, di cui 10.000 solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari. Mentre sono ben 13.000 i proiettili e 438 i barili contenenti pericolose sostanze tossiche inabissati invece nel golfo di Napoli; 4300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Ci sono poi i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro. Infine sono migliaia le bomblets, piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo. Questi arsenali, prodotti dall’industria bellica italiana fin dagli anni Venti e coperti per anni dal Segreto di Stato, continuano a rilasciare pericolose sostante tossiche che da più di ottant’anni causano gravi danni all’ecosistema della Penisola e alla salute delle popolazioni locali.
“Si tratta di cimiteri chimici che rilasciano sostanze killer dannosissime come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina - ha spiegato Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente - Per richiedere la bonifica di questi siti e per denunciare queste situazioni, è nato il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, al quale ha aderito l’associazione”. “Il Coordinamento – ha sottolineato Alessandro Lelli, presidente Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche (C.N.B.A.C.) - riunisce associazioni e comitati locali di alcune delle zone più interessate dall'inquinamento causato dalla presenza di armi chimiche. Tra le proposte che abbiamo presentato c'è l'istituzione di una commissione straordinaria che vigili sulle azioni di monitoraggio e bonifica dei siti contaminati da armi chimiche e che fornisca informazioni chiare ed esaustive ai cittadini che vivono nei luoghi interessati dal problema. Solo in questo modo si può avviare il percorso virtuoso che metta fine alla pericolosa eredità delle armi chimiche in Italia”. Un caso emblematico è quello della Chemical City sul lago di Vico (Viterbo) avvolta per decenni dal mistero. Il centro di ricerca e produzione di armi chimiche voluto da Mussolini e attivo fino agli anni ’70, è stato scoperto solo nel 1996 quando un ciclista è rimasto intossicato da una fuga del gas asfissiante mentre erano in corso le operazioni segrete di svuotamento delle cisterne dell’impianto avviate proprio in quell’anno. Solo in quel momento la popolazione, fino allora ignara, ha scoperto la dimensione del problema. Nel 2000 le autorità militari hanno concluso le operazioni di bonifica dei serbatoi, ma le successive indagini condotte dall’Arpa sui sedimenti del lago hanno evidenziato in alcuni punti concentrazioni di arsenico superiori alla soglia di contaminazione. Per fronteggiare l’inquinamento ancora presente il ministero della Difesa ha stanziato 150.000 euro per i primi interventi di bonifica del sito che stanno partendo in queste settimane. "Su questo tema – ha annunciato Ciafani – ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal ministero della Difesa e dal Parlamento ”. Quello che emerge dal dossier è un quadro complesso, dove è in gioco la salute di tutti: dell’ecosistema e delle persone. E per questo Ermete Realacci, responsabile green economy del PD ha annunciato un'interrogazione parlamentare ai ministri dell'Ambiente e della Difesa " Chiediamo di intervenire con urgenza con le risorse e i mezzi necessari per verificare la situazione denunciata e a predisporre le necessarie bonifiche. E' una pesante eredità del passato che non può continuare a gravare sulle generazioni future”.
Il dossier di Legambiente e C.N.B.A.C. traccia una mappa dell'aresenale chimico italiano. Oltre alla Chemical City, esistono altri numerosi siti su cui è necessario intervenire. Nel mare pugliese sono stati i lavori di dragaggio del porto di Molfetta a far scoprire la presenza di alcuni ordigni bellici facendo così partire le operazioni di bonifica, che sono ancora in corso. Inoltre occorre accertare la presenza di ordigni nei fondali marini di fronte Torre Gavetone. C’è poi da aggiungere la situazione del basso Adriatico dove, oltre agli arsenali chimici dispersi sui fondali durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi alla fine del conflitto, si sono aggiunti gli ordigni inesplosi sganciati nel 1999 dai caccia Nato durante il conflitto del Kosovo. Già nel 2001, in tutta la Puglia, Legambiente con la campagna “Via le bombe da un mare di pace” aveva chiesto la bonifica dei fondali per evitare che fossero i pescatori a fare, involontariamente, durante la loro attività la bonifica dell’area. Ma tutt’ora i lavori di risanamento tardano a partire. L’area è stata oggetto di studio dall’allora Icram, oggi Ispra. Le indagini dell’Istituto hanno accertato la presenza sui fondali di almeno ventimila ordigni con caricamento chimico e le analisi hanno rilevato gravi conseguenze nei pesci causate da sostanze come l’iprite e concentrazioni d’arsenico superiori ai valori soglia nei sedimenti marini analizzati. Dati che testimoniano la presenza del problema e l’urgenza di attività di bonifica, oggi limitate all’area portuale di Molfetta.
Nelle Marche e in Campania ci sono altri siti, individuati da diversi documenti militari, su cui fino ad ora non è stata fatta nessuna indagine accurata per certificarne la presenza, localizzare e quantificare il materiale presente, come l’area marina di Pesaro o del Golfo di Napoli. A Pesaro nel 2010 un gruppo di cittadini ha iniziato a chiedere notizie certe sugli ordigni all’iprite e all’arsenico abbandonati dai tedeschi in mare marchigiano nel 1944 durante la loro ritirata. Nel luglio scorso l’Arpa Marche ha dato il via alla prima campagna di monitoraggio sui sedimenti marini senza riscontrare valori al di sopra delle soglie stabilite. Legambiente e il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche auspicano che venga nominata una attività permanente d’indagine che coinvolga vari soggetti tra cui Arpam e Università di Urbino, per compiere un monitoraggio costante nel tempo e quindi intraprendere le eventuali azioni di bonifica.
Per quanto riguarda il Golfo di Napoli, invece, la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l’area intorno a Ischia come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una vera e propria discarica chimica e anche il mare circostante l’isola di Capri non sembra essere esonerato dal problema. Per questo è necessario che le istituzioni competenti si attivino per trovare i mezzi e le risorse economiche per compiere un attento monitoraggio dei fondali e dare il via alle eventuali azioni di risanamento. Il dossier si conclude con l’analisi dell’industria bellica di Colleferro, in provincia di Roma. Quest’anno ricorre, tra l’altro, il centesimo anno dell’industrializzazione dell’area che dal 1912 ospita anche produzioni belliche dedicate in particolare alla fornitura di tecnologie atte a trasformare armi convenzionali in armi chimiche. Una produzione sempre attiva anche negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, come dimostrano alcuni documenti che riportano una correlazione tra la produzione dell’industria bellica di Colleferro e le tecnologie fornite all’Iraq di Saddam Hussein negli anni ‘80. Ancora oggi nell’area continuano le produzioni belliche; mentre per quanto riguarda l’inquinamento sono ancora poche le informazioni pubbliche a causa del segreto militare in una situazione di contaminazione molto complessa dovuta alle tantissime attività che si sono succedute negli anni in tutta la Valle del Sacco. Recentemente l’area è diventata Sito di interesse nazionale da bonificare. (f.n.)
“Si tratta di cimiteri chimici che rilasciano sostanze killer dannosissime come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina - ha spiegato Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente - Per richiedere la bonifica di questi siti e per denunciare queste situazioni, è nato il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, al quale ha aderito l’associazione”. “Il Coordinamento – ha sottolineato Alessandro Lelli, presidente Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche (C.N.B.A.C.) - riunisce associazioni e comitati locali di alcune delle zone più interessate dall'inquinamento causato dalla presenza di armi chimiche. Tra le proposte che abbiamo presentato c'è l'istituzione di una commissione straordinaria che vigili sulle azioni di monitoraggio e bonifica dei siti contaminati da armi chimiche e che fornisca informazioni chiare ed esaustive ai cittadini che vivono nei luoghi interessati dal problema. Solo in questo modo si può avviare il percorso virtuoso che metta fine alla pericolosa eredità delle armi chimiche in Italia”. Un caso emblematico è quello della Chemical City sul lago di Vico (Viterbo) avvolta per decenni dal mistero. Il centro di ricerca e produzione di armi chimiche voluto da Mussolini e attivo fino agli anni ’70, è stato scoperto solo nel 1996 quando un ciclista è rimasto intossicato da una fuga del gas asfissiante mentre erano in corso le operazioni segrete di svuotamento delle cisterne dell’impianto avviate proprio in quell’anno. Solo in quel momento la popolazione, fino allora ignara, ha scoperto la dimensione del problema. Nel 2000 le autorità militari hanno concluso le operazioni di bonifica dei serbatoi, ma le successive indagini condotte dall’Arpa sui sedimenti del lago hanno evidenziato in alcuni punti concentrazioni di arsenico superiori alla soglia di contaminazione. Per fronteggiare l’inquinamento ancora presente il ministero della Difesa ha stanziato 150.000 euro per i primi interventi di bonifica del sito che stanno partendo in queste settimane. "Su questo tema – ha annunciato Ciafani – ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal ministero della Difesa e dal Parlamento ”. Quello che emerge dal dossier è un quadro complesso, dove è in gioco la salute di tutti: dell’ecosistema e delle persone. E per questo Ermete Realacci, responsabile green economy del PD ha annunciato un'interrogazione parlamentare ai ministri dell'Ambiente e della Difesa " Chiediamo di intervenire con urgenza con le risorse e i mezzi necessari per verificare la situazione denunciata e a predisporre le necessarie bonifiche. E' una pesante eredità del passato che non può continuare a gravare sulle generazioni future”.
Il dossier di Legambiente e C.N.B.A.C. traccia una mappa dell'aresenale chimico italiano. Oltre alla Chemical City, esistono altri numerosi siti su cui è necessario intervenire. Nel mare pugliese sono stati i lavori di dragaggio del porto di Molfetta a far scoprire la presenza di alcuni ordigni bellici facendo così partire le operazioni di bonifica, che sono ancora in corso. Inoltre occorre accertare la presenza di ordigni nei fondali marini di fronte Torre Gavetone. C’è poi da aggiungere la situazione del basso Adriatico dove, oltre agli arsenali chimici dispersi sui fondali durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi alla fine del conflitto, si sono aggiunti gli ordigni inesplosi sganciati nel 1999 dai caccia Nato durante il conflitto del Kosovo. Già nel 2001, in tutta la Puglia, Legambiente con la campagna “Via le bombe da un mare di pace” aveva chiesto la bonifica dei fondali per evitare che fossero i pescatori a fare, involontariamente, durante la loro attività la bonifica dell’area. Ma tutt’ora i lavori di risanamento tardano a partire. L’area è stata oggetto di studio dall’allora Icram, oggi Ispra. Le indagini dell’Istituto hanno accertato la presenza sui fondali di almeno ventimila ordigni con caricamento chimico e le analisi hanno rilevato gravi conseguenze nei pesci causate da sostanze come l’iprite e concentrazioni d’arsenico superiori ai valori soglia nei sedimenti marini analizzati. Dati che testimoniano la presenza del problema e l’urgenza di attività di bonifica, oggi limitate all’area portuale di Molfetta.
Nelle Marche e in Campania ci sono altri siti, individuati da diversi documenti militari, su cui fino ad ora non è stata fatta nessuna indagine accurata per certificarne la presenza, localizzare e quantificare il materiale presente, come l’area marina di Pesaro o del Golfo di Napoli. A Pesaro nel 2010 un gruppo di cittadini ha iniziato a chiedere notizie certe sugli ordigni all’iprite e all’arsenico abbandonati dai tedeschi in mare marchigiano nel 1944 durante la loro ritirata. Nel luglio scorso l’Arpa Marche ha dato il via alla prima campagna di monitoraggio sui sedimenti marini senza riscontrare valori al di sopra delle soglie stabilite. Legambiente e il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche auspicano che venga nominata una attività permanente d’indagine che coinvolga vari soggetti tra cui Arpam e Università di Urbino, per compiere un monitoraggio costante nel tempo e quindi intraprendere le eventuali azioni di bonifica.
Per quanto riguarda il Golfo di Napoli, invece, la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l’area intorno a Ischia come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una vera e propria discarica chimica e anche il mare circostante l’isola di Capri non sembra essere esonerato dal problema. Per questo è necessario che le istituzioni competenti si attivino per trovare i mezzi e le risorse economiche per compiere un attento monitoraggio dei fondali e dare il via alle eventuali azioni di risanamento. Il dossier si conclude con l’analisi dell’industria bellica di Colleferro, in provincia di Roma. Quest’anno ricorre, tra l’altro, il centesimo anno dell’industrializzazione dell’area che dal 1912 ospita anche produzioni belliche dedicate in particolare alla fornitura di tecnologie atte a trasformare armi convenzionali in armi chimiche. Una produzione sempre attiva anche negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, come dimostrano alcuni documenti che riportano una correlazione tra la produzione dell’industria bellica di Colleferro e le tecnologie fornite all’Iraq di Saddam Hussein negli anni ‘80. Ancora oggi nell’area continuano le produzioni belliche; mentre per quanto riguarda l’inquinamento sono ancora poche le informazioni pubbliche a causa del segreto militare in una situazione di contaminazione molto complessa dovuta alle tantissime attività che si sono succedute negli anni in tutta la Valle del Sacco. Recentemente l’area è diventata Sito di interesse nazionale da bonificare. (f.n.)
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