
7 ottobre 2008 – Certe volte la minaccia di una catastrofe climatica globale assume aspetti miti, poetici. Come il grano che spunta dalla terra, che ispira un’idea di pace, infonde calore, e riconcilia con la vita che dopo un inverno rigido magicamente si rinnova.
Eppure anche le nostre sensazioni più naturali possono causare uno smarrimento quando ci si rende conto che nascono da fenomeni di una natura che non risponde più alle stesse leggi di sempre, ma che si sta rapidamente adattando ai nuovi equilibri del pianeta.
Per la prima volta quest’estate in Islanda si è riusciti a coltivare il grano. E in futuro sarà possibile farlo su superfici sempre più estese. Sarebbe una bella notizia se si riuscisse a non collegarla al fatto che ciò è dovuto all’aumento della temperatura, allo scioglimento dei ghiacci, all’innalzamento dei mari, e alle loro probabili conseguenze catastrofiche sull’ambiente e sull’uomo.
L’ultimo rapporto della Commissione sul Cambiamento Climatico, istituito dal governo islandese, riporta i dati preoccupanti sullo stato di salute del ghiacciaio Vatnajokull, il più grande dell’isola e d’Europa: a oggi si è già ridotto parecchio, arrivando a un’area di 8mila chilometri quadrati e 900 metri di spessore, e continua a ritirarsi al ritmo di un metro all’anno.
Un processo destinato a velocizzarsi nel futuro tanto che gli scienziati della Commissione sul Cambiamento Climatico sostengono che di questo passo entro un secolo in Islanda non resterà più traccia dei ghiacci.